“Pentameron. Racconti brevi”. Autore Giuseppe Lo Sciuto.

PENTAMERON
Racconti brevi

Autore Giuseppe Lo sciuto

Presentazione di Alessandra Turrisi

Editore We can HOPE

Tratto dalla Presentazione
«L’ amore per la vita, il senso del dono, la fiducia nella Provvidenza, anche quando la violenza intorno e le difficoltà sembrerebbero chiudere le porte alla speranza.
C’è tutto questo e anche altro nei racconti di Pino Lo Sciuto che, con un sapiente uso dell’arte della narrazione, risucchia il lettore in luoghi vicini e lontani, lo rende partecipe di storie di sofferenza e d’amore, lo porta a riflettere sui temi della vita da cui, spesso per viltà, si fugge.
Nella filigrana dei racconti il cuore del messaggio evangelico e lo stile del martire Puglisi vengono alla luce e offrono spunti di meditazione.
Come la vicenda di Taddeo, il protagonista generoso e sfortunato di una delle storie contenute in questo volume. Affranto e in lite col mondo, viene toccato da un “segno” che gli fa vedere la vita sotto una nuova luce.»

Alessandra Turrisi

Tratto dal primo dei racconti “Zu Pè”
«Quando Rosario Adesso doveva portare le pecore di don Casimiro Busacca a pascolare nei pressi del casolare di Giuseppe Angiò, noto come zu Peppi Varicedda, la giornata non gli sembrava mai troppo lunga. Già alla vista della densa chioma verde del carrubo, cantasse pure in quel momento Domineddio in persona, l’ingenuo giovinotto spegneva la radiolina a transistor e cominciava a pregustare il buon miele, le olive passolone, le favette fresche, mandorle, nocciole, cruzziteddi e quant’altro l’anziano contadino era solito offrirgli, insieme a buone dosi di antica saggezza. Rosario, sempre affamato, accoglieva quei ghiotti bocconi a benefico nutrimento del suo robusto corpo e, con pari avidità, i precetti e i consigli a elevazione del suo debole spirito. L’amore smisurato che quello strano eremita nutriva per il fazzoletto di terra e per i quattro sassi che circondavano la sua piccola e isolata casupola di campagna poteva giustificare la sua abilità nel saperne cavare più di quanto potesse bastare a sostentare il suo fisico rinsecchito, ma visto che non metteva mai piede oltre il filare di ficodindia che gli recintava l’umile dimora, dove e quando zu Peppi avesse mai potuto apprendere tutte quelle storie meravigliose che lo facevano apparire ai suoi occhi come un gran professorone, il povero Rosario non se lo sapeva spiegare. Buttava giù la prima domanda che gli veniva in testa e poi restava ammirato ad ascoltarne la risposta, pronto a registrarla nel cervello, per tirarla fuori, vagamente strapazzata, ogni volta che avesse avuto bisogno di far bella figura in piazza con gli amici e risarcirsi degli sfottò con cui, al ritorno dal servizio militare in continente, per il suo vezzo di toscaneggiare troppo, lo avevano ribattezzato Saruzzu Adesso. E proprio come era capitato a Giuseppe Angiò, diventato col tempo Peppi Varicedda, ormai nessuno lo chiamava col suo vero cognome. Del resto c’era poco da prendersela: i siciliani sono abituati ad ereditare usi e costumi dai vari dominatori dell’ isola, e quello di dare soprannomi discende dagli antichi romani, per i quali era normale individuare tutti, umili e potenti, uomini e donne, in base al mestiere esercitato, o al luogo di provenienza, o a una caratteristica fisica. Si sarebbe mai offeso Scipione sentendosi chiamare l’Africano? O Publio Ovidio sentendosi dare del Nasone? E che dire del fondatore della Giurisprudenza, Sesto Elio, detto Peto?
Oggi però un certo timore reverenziale consiglia di non attribuire appellativi indesiderati alle persone di rispetto, nell’eventualità che questi, non conoscendo bene le usanze della Roma classica, potessero aversene a male. Infatti, sebbene l’epiteto di porcu si attagliasse perfettamente tanto alla pinguedine quanto alla morale del ricco possidente terriero Casimiro Busacca, nessuno avrebbe mai osato nominarlo in pubblico se non come don Casimiro, o rivolgersi direttamente a lui men che con un ossequioso voscenza, titoli che sino a pochi anni or sono in Sicilia si davano a tutto spiano alle persone considerate di spiccò per ricchezza, per lignaggio, o per «altro».
Quanto a Giuseppe Angiò da Palermo, vedremo da dove saltò fuori il nomignolo di Varicedda che, usato soprattutto quando si parlava in sua assenza, a Baucina lo distingueva alternato al più rispettoso zu Pé, contrazione dialettale di zio e Peppe…»

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Casa Circondariale “Cavallacci” di Termini Imerese (PA).